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Il mito del vampiro moderno, la cui origine è da ricercare soprattutto nella cultura folclorica transilvana, deve in parte la sua affermazione a un personaggio storico che nel XV secolo seminò il terrore nell'Europa dell'Est: Vlad Tepes (l'impalatore).
Per meglio comprendere la vicenda di questo temuto personaggio dobbiamo fare un piccolo salto indietro. Lo stato valacco sorse nel 1330 ed era originariamente costituito da un insieme di voivodati, cioè feudi. Quella fragile struttura politica era tormentata da numerose lotte interne tra i singoli voivodati, con cadute di potere, repentini rientri e continue rivoluzioni.
Solo in principio si affermò una solida autorità centrale, arroccata intorno al principe Iancu Basarah, il più grande tra i voivoda valacchi, che regnò dal 1330 al 1364.
Da questo grande dominatore discendeva Mircea il Vecchio (nonno di Vlad III di Valacchia, l'impalatore), che ebbe il pote-re tra il 1386 e il 1418.
Vlad, come Vladìmiro e Vladislao, è un nome che si ritrova con frequenza nelle dinastie slave e balcaniche; il prefisso vlad significa potenza.


IL MISTERIOSO ORDINE DEL DRAGONE

Vlad padre regnò una prima volta tra il 1436 e il 1422, poi in seguito a una congiura lasciò il trono per un brevissinio periodo, fino a quando lo riconquistò dal 1433 al 1447.
Va tenuto presente che, tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, il regno d'Ungheria e gli attigui principati di Valacchia. Transilvania e Moldavia finirono al centro di cruenti scontri che videro come campo di battaglia l’Europa sud-orientale fino al Mar Nero e lungo i Balcani. Causa di questa violenta situazione furono non solo gli scontri tra i Turchi e i cristiani, ma anche le lotte di potere locali.

Il padre di Vlad Tepes, essendo voivoda della Valacchia era anche a capo dell'esercito e massima autorità dello stato, in pra-tica possedeva un potere pari a quello del sovrano, ma con la differenza che non si trasmetteva per diritto ereditario. Vlad, nel 1431, fu insignito dell'Ordine del Dragone, la più alta onorifi-cenza del Sacro Romano Impero, le cui frontiere di estendevano fino a Brasov tra la Valacchia e la Transilvania.

Nell'Ordine del Dragone entravano a far parte, in particolare. quanti si erano distinti nella guerra contro i Turchi. Le origini di questo Ordine sono alquanto oscure: si pensa che il fondatore sia stato Sigismondo, figlio dell'Imperatore Carlo IV, il quale rac-colse intorno al «Drago» tutta una serie di combattenti intenzionati a lottare contro l'eresia, in particolare contro gli Hussiti. Campo di operazione era l'area tra Boemia, Polonia e Ungheria. l'Ordine fece molte vittime tra le genti accusate di aver aderito alla dottrina di Hus. In seguito estese la propria influenza anche in Germania e in Italia; si estinse però in breve tempo: nel 1437, alla morte di Sigismondo.
Esiste un dibattito aperto sull'etimologia del termine Dracul (o Dracoi): infatti si deve sottolineare come già allora, per un'ambiguità terminologica, con il termine Draculesti si poteva definire tanto una «stirpe del drago» quanto la «stirpe del diavolo».
In romeno drac indica drago ma anche diavolo: da questa ambivalenza del termine si è finiti alla falsa interpretazioiie della figura di Vlad, con il conseguente retaggio di illazioni colme di superstizioni.
Probabilmente l'analogia tra le due figure (nella tradizione cristiana il drago è metafora del diavolo) ha favorito la sovrapposizione dei significati; senza dubbio è abbastanza difficile crede-re che un principe e i cavalieri adepti all'Ordine, cristiani e profondamente impegnati nella lotta contro l'eresia e l'islam, accettassero di far parte di un «Ordine del Diavolo». Più realisticamente si può ipotizzare l'utilizzo della figura del drago vista come creatura simbolica, potente, certamente contrassegnata da alcune prerogative in armonia con le istanze di Sigismondo e a noi non note.
Nella sostanza il problema non riguarda la trasformazione di Dracul in Dracula, ma il significato del termine: se si considera l'origine dal latino draco il riferimento si trova nel drago; men-tre se si considera il termine romeno drac, allora entra in gioco la figura del diavolo.


LOTTE INTERNE

Vlad lI, figlio di Vlad Signore di Valacchia, si trovò più volte a dover difendere il suo trono dalle mire di un cugino, Daniel, che organizzò una serie di congiure contro di lui. Si formarono così due fazioni, i Danesti, cioè coloro che parteggiavano per Daniel, e i Draculesti sostenitori di Vlad detto Dracul.
Sull'altopiano di Podisul, a circa 300 chilometri da Bucarest, sorge il borgo medievale di Sighisoara. In questa località cinta di mura, con una grande torre dell'orologio, le case sono ancora di legno e di pietra e le vie portano i nomi delle antiche corpora-zioni. Dove oggi si apre una locanda dal lindo ambiente che ben delinea la sua origine tedesca, sorge la casa natale del mitico Dracula. Sul palazzo una lapide ricorda che Vlad Tepes nacque qui nel 1431 e lì visse fino al 1436. Se non vi sono grandi certez-ze sull'epoca e la località di nascita, sappiamo invece che Tepes trascorse l'adolescenza nel castello di Tirgoviste, antica capitale della Valacchia. Da questo luogo nella valle della Dimbovita, ini-ziò la sua ascesa al potere, che comunque fu contrassegnata da fatica, abnegazione e anche molte sofferenze.
La famiglia di Vlad Il era composta da tre figli: Mircea, Vlad, e Radu; vi fu anche un altro figlio nato da una relazione con una donna di basso rango: il piccolo tu chiamato Vlad ma, come la madre naturale, concluse la sua vita in convento totalmente escluso da ogni pretesa dinastica.
Vlad crebbe tra Sighisoara e Tirgoviste, spesso al fianco del primogenito Mircea, guerriero valoroso che il giovane futuro Dracula apprezzava e cercava di imitare.
Uno tra gli avvenimenti fondamentali per la formazione di Vlad, fu l'alleanza siglata dal padre con il sultano Murad, a cui
offrì la possibilità di saccheggiare le terre circostanti intorno alla sua patria, in cambio di appoggio militare.
In questo modo i Turchi ebbero facile accesso nell'Europa orientale, penetrando in Transilvania senza in contrare ostacoli, anzi furono notevolmente favoriti della collaborazione di Vlad II, che praticamente ideò gli itinerari attraverso i quali giungere nei punti nevralgici del paese.
Certamente l'alleanza si rivelò molto utile per l'intraprenden-te voivoda che ebbe ben presto pieno potere sulla Valacchia e sulla Transilvania meridionale.
Il variare delle sorti turche nelle zone conquistate determinò anche un cambiamento dei rapporti tra Murad e Vlad, che fu invitato alla corte del sultano per chiarire alcuni aspetti che parevano aver incrinato la collaborazione.
Vlad lI partì con Vlad e Radu (difficile capirne il motivo), e giunto in terra turca fu rinchiuso con i figli nella rocca di Galli-poli, sui Dardanelli. Quando Murad disse di sentirsi tradito, Vlad si dimostrò sorpreso e a conferma della propria buona fede fece notare che mai avrebbe portato con sé i due figli se non avesse avuto la coscienza pulita... Sta di fatto che Vlad e Radu restarono ostaggi del sultano, mentre Vlad lI ritornò in patria.
In quelle terre conobbero grandi piaceri e tremende cru-deltà: quasi certamente Vlad ebbe modo di assistere agli impala-menti praticati con grande frequenza e che ne condizionarorio profondamente la psiche; mentre Radu, detto dal sultano il «Bello», ebbe una sorte diversa e, narra la tradizione, entrò a far parte dell'harem maschile di Murad.
Intanto in patria, Vlad II e Mircea si distinsero nella lotta con-tro l'invasore turco; la fedeltà all'Ordine del Drago del voivoda e la sua relazione con i sovrani d'Occidente uniti contro l'espandersi della potenza ottomana, naturalmente non tèccro presagire nulla di buono per i due figli lasciati in mano al nemico e condannati quasi certamente a una tremenda sorte.
In realtà, per qualche misterioso meccanisino politico, Vlad e Radu ebbero modo di continuare a vivere tranquillamente, anzi negli sfarzi della loro nuova vita piacevolmente islamizzata.
Verso la fine del 1447 Vlad II e l'amato figlio Mircea furono sorpresi da un gruppo di armati sconosciuti: Vlad fu ucciso insieme a tutti i suoi uomini, mentre Mircea fu catturato e dopo esse-re stato accecato fu sepolto vivo.
All'inizio dell'anno successivo Dracula fuggì dalla sua prigio-nia (o forse più realisticamente fu liberato) rientrando in patria, mentre il fratello, ambiguamente legato a Murad, restò presso il sultano.
Nell'ottobre del 1448, grazie ad una congiura, riuscì a spodesta-re lo zio e assunse la carica di voivoda. Il suo potere durò soltanto tre settimane, dopo le quali fu costretto a fuggire in Transilvania inseguito dai sicari di Vladislao II che era tornato al potere.
Ma nel 1459 rientrò in patria con un cospicuo numero di fedeli, riuscì ad uccidere lo zio e a sterminare tutti i suoi nemici. I pochi franimenti tratti dalle Cronache di Costantin Cantacuzino (1650-1716) sono sufficienti a offrirci una drammatica ricostru-zione del massacro: «Era la mattina di Pasqua quando le guardie del voivoda Vlad figlio di Dracul arrestarono nello stesso momen-to e in ogni quartiere della città gli uomini oltre i trent'anni che si disponevano ai riti della Resurrezione... Poche ore dopo erano tutti impalati, e i pali erano tanti che circondavano le mura di Tirgoviste e ancora ne avanzava... Intanto, giovani, donne e bambini erano deportati nella valle dell'Arges, dove avrebbero costruito il castello di Poienari».
Il nuovo voivoda si dimostrò altrettanto spietato nei confronti dei nemici esterni al regno.


CRONACA E LEGGENDA

Le fonti descrivono massacri compiuti da Vlad III dal suo secondo regno fino alla destituzione effettuata dal re Ungherese Mattia Corvino nel 1462.
Tra le tante vicende riportate, molte delle quali avvolte di leggenda, forse la più nota è quella relativa all'impalamento di un invitato a pranzo, nei pressi di Brasov, che si era dimostrato sconvolto dalla presenza di tanti condannati agonizzanti sui pali disposti a corona intorno al tavolo da pranzo. l'uomo chiese a Dracula come si potesse mangiare in quelle condizioni e il voivoda senza scomporsi disse: «Vi dà fastidio?» I’ospite annuì e allora, continuando a mangiare, ordinò di impalarlo su una pertica più alta delle altre: « lassù non sarete disturbato», aggiunse con perfidia.
Pare che in più occasioni Dracula si fosse fatto servire in una coppa il sangue dei condannati; in altri casi inzuppò il pane nel
sangue: queste e altre credenze hanno certamente fornito la base sulla quale si formò l'immagine di Dracula il Vampiro.
Nel 1459 Maometto II, alla guida del potente impero ottoma-no, inviò ambasciatori a Tirgoviste per imporre un sollecito pagamento dei tributi che venivano versati ai Turchi in cambio dell'indipendenza, tributi che pare ammontassero allora a ben 10.000 ducati veneziani d'oro.
Gli ambasciatori furono ricevuti con tutti gli onori e per loro venne anche organizzato un ricco banchetto. Ma quando a Vlad Tepes furono portati dei lunghi chiodi e un martello, segnale convenuto, le guardie si avventarono sui messi di Maometto II e li gettarono a terra. Il feroce voivoda conficcò loro un chiodo nel cranio, mentre la strage venne completata. Solo un ambasciatore tu risparmiato: gli vennero cavati gli occhi, poi fu rimandato a Costantinopoli per riferire sull'accoglienza ottenuta.
Dopo qualche tempo giunse un'altra ambasceria da Costan-tinopoli, scortata segretamente da un reggimento della guardia imperiale. La missione ufficiale era quella di ripetere le richieste dei tributi, ma in realtà si mirava a catturare Vlad Tepes. Questi però intui il pericolo, si allontanò da Tirgoviste e con le sue trup-pe più addestrate si appostò a Giurgiu, sulle rive del Danubio. Nell' imboscata l'intera guarnigione ottomana fu annientata.
A dimostrazione di come Vlad Tepes abbia combattuto a lungo e senza alcuna pietà i Turchi, si può citare una lettera da lui scritta al re d'Ungheria, l'11 febbraio 1462, in cui lo informa-va di aver giustiziato ben 23.883 turchi solo negli ultimi tre mesi.
Nell'aprile del 1462 gli ottomani organizzarono allora una spedizione complessa e articolata: mentre 175 navi da battaglia risalivano il delta del Danubio puntando ad occidente, l'armata turca attraversò il fiume e invase la Valacchia. L'ultimo avamposto del voivoda valacco, la città di Braila, fu distrutto e incendiato dopo un assedio. Tutte le altre località fino a Nikopolis subirono la stessa sorte.
Ma Tepes non si arrese affatto, il 17 aprile dello stesso anno si lanciò in un assalto notturno nel buio della Foresta di Baneasa, fra il Danubio e le Prealpi Carpatiche. Con un'inarrestabile cari-ca la sua cavalleria sorprese nel sonno i Turchi: ne vennero ucci-si più di 7.000 e il sultano stesso si salvò a stento, solo grazie al
coraggio dei suoi giannizzeri.
Tuttavia le forze di Vlad Tepes erano ormai ridotte ai minimi termini e verso la fine di giugno le armate ottomane giunsero in vista di Tirgoviste. La città era appena stata incendiata perché non cadesse in mani nemiche e davanti alle mura erano stati eretti 20.000 pali con altrettanti prigionieri uccisi.
Secondo la tradizione, questo spettacolo convinse il sultano a ritirarsi, anche perché non poteva più contare troppo sul corag-gio dei suoi uomini, terrorizzati da una simile spietatezza.
Nella città distrutta venne lasciato un nuovo voivoda, il favori-to del sultano, Radu cel frumos che non era altri che Radu il Bello, fratello di Vlad III da lui consegnato come ostaggio ai Turchi, come abbiamo visto, quando era ancora un bambino. Questi odiava profondamente il fratello ed era quindi diventato il miglior esecutore delle volontà del sultano.
Vlad Tepes dovette ritirarsi e con i suoi uomini più fedeli risalì il fiume Bistrita, lasciando al suo passaggio incendi e morti.
Continuava a confidare nell'alleanza con il re d'Ungheria, ma la situazione era mutata a suo svantaggio. Il re Mattia Corvino infatti si trovava ad aver molto bisogno dell'appoggio dei ricchi mercanti tedeschi, che erano stati in passato duramente perseguitati dal voivoda, convinto sostenitore di una Valacchia libera.
Durante la ritirata, mentre Tepes risaliva la valle di Arges per cercare di raggiungere il castello di Poienari, dove si sarebbe rifugiato, fu fermato da alcune truppe ungheresi guidate da Jan Jiskra de Brandys, noto condottiero, che lo condusse coitie pri-gioniero nel castello di Bran.
Due anni dopo fu portato alla fortezza di Visegrad, alla perife-ria di Pest, dove rimase per ben dodici anni.
Nelle tradizioni popolari dei villaggi lungo la strada che con-duce ai castello di Poienari, permangono oggi numerose leggen-de che testimoniano l'appoggio dato dalle genti valacche a Tepes, considerato un vero eroe, combattente per la libertà della Valacchia.
Secondo una tradizione, ad Erefu, nei pressi della fortezza, tutto il popolo si mobilitò per coprire la fuga di Vlad Tepes. I sette maniscalchi del paese ferrarono i suoi cavalli al contrario, per creare tracce false, e ne ricevettero come compenso sette colli ai piedi dei monti Fagaras.
Pochi chilometri oltre, nel borgo di Capatinenii, si narra invece che dopo la fuga di Tepes dalle segrete del castello, la locale principessa, per non cadere in mano ai Turchi, si gettò da una finestra, sfracellandosi nel fiume Arges. Oggi la gente definisce questo tratto dell'Arges fiume della principessa.
Per Vlad l'impalatore non era ancora giunta l'ora della fine.


UN EROE NAZIONALE

Nel 1476 i Turchi ripresero i loro attacchi contro la Moldavia e il re ungherese decise di servirsi delle indiscusse capacità guer-resche di Vlad Tepes. Così, uscito dalla prigione, venne inviato in Valacchia e riuscì a riprendere il suo trono, sconfiggendo Laiota Basarab, che da poco tempo aveva sostituito Radu cel Frumos. Ancora una volta la sua vendetta si compì e per tredici mesi innumerevoli nemici furono impalati su un bosco cli pertiche erette ovunque.
Verso la fine del 1477 Laiota Basarab, che nel frattempo si era rifugiato all'interno del territorio ottomano, tornò con un ingen-te esercito e rapidamente riuscì a sconfiggere i pochi uomini di Vlad Tepes.
Non sappiamo come avvenne la fine terrena di questo inquie-tante personaggio. Tuttavia il suo ricordo non si spense e le sue crudeli iniprese crearono intorno a lui un'aura di leggenda, destinata a contrassegnarlo con toni a tratti soprannaturali.
Il legato apostolico a Pest, Niccolò di Modrussa, che lo aveva incontrato di persona, lo descrive in una lettera al papa Pio II, Silvio Piccolomini (1458-1464), come un vero demonio incarna-to in un principe valacco.
Pio II quindi inserì questa terribile figura nei suoi Commentari, restituendoci un'immagine colma di orrore e profondaniente condizionata dalla tradizione mitica formatasi intorno a Vlad 1'impalatore.
«I valacchi sono un popolo che abita al di là del Danubio, fra il mare Eusino e le regioni chiamate Transilvania (...) Ai nostri giorni fu loro signore Dragula, uomo dal carattere incostante e vario (...) Dopo aver invaso la provincia di (Cinibio, incendiò moltissimi villaggi pieni di persone, e, allo stesso modo, trascinati in Valacchia molti uomini in catene, li fece impalare.
«Alcuni mercanti che erano stati attirati dalla promessa di protezione da parte dello Stato, mentre attraversavano la Valacchia con merci preziose, furono uccisi dopo essere stati depredati dei loro beni. Ordinò che gli fossero portati da Vurcia quattrocento fanciulli per insegnar loro la lingua valacca; invece li chiuse in una fornace e li fece cremare. Fece uccidere gli uomini più nobili della sua stirpe e tutti coloro che erano suoi parenti stretti, insieme con mogli e figli. Fece sotterrare alcuni dei suoi servitori fino all'ombelico e li trafisse con frecce, molti altri, invece, li scuoìò.
«Catturò in guerra un certo Daym, figlio di un altro Daym voi-voda, e mentre era ancora vivo e vedente, gli fece costruire una tomba e ordinò ai sacerdoti di celebrargli le esequie; quando queste furono portate a termine, mozzò il capo al prigioniero. Cinquantatré ambasciatori che erano stati inviati dai transilvanì furono gettati in prigione; e, dopo aver invaso le loro terre, approfittando del fatto che non temevano alcun atteggiamento ostile, mise tutto a ferro e fuoco. Fece impalare Ceilino, capo delle sue truppe, perché non aveva saputo soddisfare la sua mostruosità.
«Fece impalare seicento uomini di Vurcia, caduti nelle sue mani mentre si dirigevano verso un'altra provincia. Un certo Zegano, che si era rifiutato di impiccare con le sue mani un ladro che era stato fatto prigioniero, lo fece cuocere in un gran-de pentolone e lo diede da mangiare ai suoi concittadini. Strappò persino il seno alle madri dei fanciulli che bevevano il latte e li sfracellò contro la roccia sotto i loro occhi. Entrato nella provincia di Transilvania, fece convocare presso di sé come amici tutti i valacchi che vi abitavano e, riunitili insieme, scagliò loro contro i soldati e li sterminò, infine incendiò i loro villaggi. Si dice che abbia ucciso con questi metodi più di tremila perso-ne. Nell'anno 1462, l'imperatore dei Turchi, al cui potere era soggetto, chiese un tributo. Egli rispose che si sarebbe recato di persona ad Adrianopoli e avrebbe portato il tributo; quindi, chiese una lettera per i prefetti del luogo, con la quale poter viaggiare in sicurezza. Gli fu concessa.
«Attraversando il Danubio con l'esercito, uccise i prefetti tur-chi che gli vennero incontro e, compiute grandi razzie tra le popolazioni, trucidò più di venticinquemila persone di entrambi i sessi, tra le quali perirono anche alcune bellissime vergini, seb-bene fossero state chieste in mogli dai valacchi. Condusse in Valacchia un gran numero di prigionieri, dei quali alcuni fece scuoiare, altri furono fatti arrostire sul fuoco infilzati su spiedi, altri ancora furono fatti cuocere nell'olio bollente, e i restanti furono fatti impalare, così che il campo in cui furono compiute queste cose sembrava una selva di pali (...) Dopo aver commesso tante nefandezze, fu infine catturato da Mattia, re d'Ungheria, nello stesso inverno in cui papa Pio tornò a Roma da Todi (...) Ancora oggi il valacco langue in carcere, uomo di corporatura grande e bella e il cui aspetto sembra adatto al comando; negli uomini spesso, a tal punto differisce l'aspetto fisico dall'animo.
(E. Silvio Piccolomini, Commentari rerum memorabilium, 1584, Libro IX, pag. 598).
Il tema del «genio del male» ha trovato nella figura storica di Vlad III Tepes notevoli opportunità per affermarsi, in qualche caso trovando ampie possibilità di affermazione soprattutto nella mitologia.
Ad esempio, si narra che se una donna del suo principato era riconosciuta adultera, Vlad la faceva scorticare viva, dopo averle fatto amputare le parti intime: la pelle era quindi appesa alle mura perché servisse da monito a tutti. Pene analoghe erano riservate alle vedove che non si erano mantenute caste o alle gio-vani poco attente alla loro verginità. Tra le tante atrocità riporta-te nelle fonti troviamo la pratica di far mangiare alle niadri i pro-pri figli arrostiti, o quella di servire ai condannati all'impala-mento il seno delle proprie mogli come ultimo pasto. Tremende mutilazioni, violenza paranoide e antropofagia trapuntano come segni indelebili la storia di Vlad III il cui appellativo Tepes appa-re tragicamente adatto.
Non sappiamo quale fine abbia fatto il cadavere di Dracula; forse divenne veramente un vampiro, uno strigòiu come dicono in Romania, o forse più semplicemente fu oggetto di scempio sull'ultimo campo di battaglia da parte dei suoi nemici, tanti, forse neppure Turchi.

Secondo la tradizione il suo corpo fu sepolto nel monastero situato su una piccola isola del lago Snagov a una cinquantina di chilometri da Bucarest. Le parti più antiche del monastero risal-gono al 1364: verso l'inizio del XV secolo fu restaurato e trasfor-mato in fortezza e in seguito, dal XVII al XIX secolo utilizzato come prigione. Nella chiesa dell'Assunzione, in una tomba anonima, si trovano i resti attribuiti a Dracula, ma la certezza storica su questa attribuzione non esiste.
Se il cadavere fu spostato o se in quell'isoletta non vi giunse mai, fino ad oggi non è possibile stabilirlo con precisione: le tesi sono numerose e in esse, in genere, storia e leggenda si amalga-mano senza soluzione di continuità.
Dracula comunque non fu un pazzo, o almeno fu un pazzo lucido: la sua follia si univa alla ragion di stato e, paradossalinen-te, alla fede. Alcuni ritratti (se ne conoscono due ritrovati nel ca-stello di Ambras, presso Innsbruck, conservati presso il Kunst-museum di Vienna) lo rappresentano come uno dei tanti cava-lieri del suo tempo: solo gli occhi hanno qualcosa di misterioso, sono un po' allucinati e inquietanti, ma probabilmente la sua satanica fama ha finito per condizionare anche il più obiettivo degli osservatori.
La leggenda di Vlad III Tepes, detto Dracula, ha trovato la pro-pria cassa di risonanza non solo nella letteratura e nel cinema, condizionati dal romanzo di Bram Stoker, ma anche nella «storia di stato» romena. Infatti il dittatore Ceausescu rivendicò in lui una figura di patriota che nel quindicesimo secolo guidò le sue truppe contro le armate ottomane che minacciavano il paese.
Terminata l'epoca di Ceausescu, la figura di Dracula è stata abilmente ripresa dai tour operators che propongono numerosi percorsi turistici attraverso la Romania, sulle tracce del grande mito del vampiro.
«In Vlad l'Impalatore il popolo rumeno ebbe un grande uomo politico e un intransigente difensore dell'indipendenza del suo Paese (...) uomini politici e militari come (...) Vlad Tepes segna-rono momenti di epopea in difesa della terra patria, e nella loro qualità di dirigenti della lotta contro l'espansione ottomana si sono meritati un posto d'onore come grandi personalità della storia nazionale ed europea» afferma l'autorevole Storia dei popolo rumeno (1981). Una specie di revisionismo storico? Forse, senza dimenticare però che Vlad Tepes fu senza dubbio un grande con-dottiero e un abile politico: inoltre, molte delle sue imprese, anche quelle più terrificanti, flirono spesso condotte all'onbra di una croce di cui si riconosceva strenuo difensore."

 

Un sentito Grazie a "Regina Lilith" Autrice del trattato e amica dell' AIRL